“NOTE D’AUTORE – Gli artisti del nostro tempo raccontati da Marco Giorgi”

Breve ma intenso: tre artisti, tre successi indimenticabili, tre singole fiammate accecanti.


Esistono però dei casi particolari in cui questi passaggi fulminei nel mondo dello star system non sono mere operazioni commerciali destinate a durare il tempo di un “ghiacciolo”. È capitato che artisti che si sono messi in luce con veri e propri capolavori, che hanno fatto incetta di premi prestigiosissimi, abbiano avuto un periodo di splendore davvero breve. I loro brani risuonano ancora nelle orecchie di tutti, vengono ascoltati con la medesima emozione e “coverizzati” da importanti band.
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In uno degli ultimi articoli mi sono soffermato su quegli artisti che vengono annoverati come “meteore”, quelli che fanno una canzone famosa, un successo che riempie la nostra testa per una sola stagione, senza riuscire a confermarsi nei dischi successivi. Di solito sono fenomeni estivi, brani davvero molto facili, spesso tormentoni. Niente di che, artisticamente parlando: fenomeni che si ricordano con una sorta di derisione, ricordi leggeri che ne vanno ad innescare altri dello stesso spessore. Ci hanno costruito sopra trasmissioni televisive della medesima caratura, fatte di spietati siparietti in cui si mostra lo “splendore” del passato e l’inesorabile lavoro del tempo sui visi di questi ormai ex-vip.
Esistono però dei casi particolari in cui questi passaggi fulminei nel mondo dello star system non sono mere operazioni commerciali destinate a durare il tempo di un “ghiacciolo”. È capitato che artisti che si sono messi in luce con veri e propri capolavori, che hanno fatto incetta di premi prestigiosissimi, abbiano avuto un periodo di splendore davvero breve. I loro brani risuonano ancora nelle orecchie di tutti, vengono ascoltati con la medesima emozione e “coverizzati” da importanti band. Le storie artistiche di questi personaggi sono troppo brevi per riempire un intero articolo: e anche le notizie personali che li riguardano sono davvero poche e (a dire il vero) neanche troppo interessanti. Ma non ho dubbi che parlare di loro, magari unendo tre di questi fenomeni passeggeri di straordinaria qualità artistica, sia un modo significativo non solo di ricordarli, ma soprattutto di farli conoscere.
I tre artisti che, a mio parere, hanno le caratteristiche perfette per essere annoverati in questa cerchia piuttosto ristretta sono: Jerry Rafferty, Christopher Cross e Al Stewart. Nomi che ai più giovani diranno poco, ma che per chi ha toccato il traguardo degli “anta” e ha a cuore la buona musica sicuramente non lasceranno indifferenti.
Dei tre certamente colui che la fama e la gloria l’ha assaporata per maggior tempo è sicuramente Christopher Cross.
Texano di S. Antonio, questo omone dalla voce sottile e riconoscibilissima, e con un aspetto che non ha niente a che vedere con l’icona della rock star, raggiunse al primo album l’apice della sua carriera. Era il 1979 quando un disco che aveva in copertina un fenicottero rosa in campo verde invase tutti i negozi di dischi. La canzone che era stata scelta per promuovere l’album era assolutamente strepitosa, indimenticabile. Si intitolava “Sailing” ed era basata su un ostinato arpeggio di chitarra. Archi e pianoforte si muovevano su un’armonia semplice e complicata insieme con una raffinatezza che contraddistinguerà Christopher Cross per tutta la sua carriera. Il disco conteneva anche “Ride like the wind”, “Never be the same” e “I really don’t know anymore” : ma tutto l’album era di grande spessore artistico, suonato da alcuni dei migliori musicisti della west cost statunitense (ai cori da sottolineare la presenza di Michael e di Don Henley degli Eagles). Il disco vinse ben 5 Grammy Awards, record tutt’ora imbattuto per l’ album di un esordiente. Personalmente credo sia uno degli album che ho ascoltato di più nella mia vita (almeno fra i primi 10). A confermare questa partenza “col botto” nel 1981 Christopher Cross firma in duetto con Burt Bacharach la canzone “Arthur’s Theme (the best that you can do)”, che si aggiudica l’ come miglior canzone originale per la colonna sonora del film “Arturo”, con Dudley Moore e Liza Minelli. Nel 1983 uscì il secondo album di Cross: si intitolava “Another page” e venne guidato dal singolo “All Right”. L’album, pur essendo di altissima qualità, sia nelle composizioni che negli arrangiamenti, non riscosse il successo atteso. Da questo punto in poi la carriera dell’artista iniziò un inaspettato e repentino declino, fino a riportare l’artista dei 5 Grammy per un solo disco a livelli di fama assolutamente modesti. Una parabola davvero breve, che non si addice a chi ha scritto cose tanto belle e di spessore artistico tanto elevato. C’è da dire che la critica, mai benevola nei confronti del cantautore texano, fu causa importante della breve durata di questa carriera. Comunque sia, per tutti gli amanti della bella musica, il mio consiglio di ascoltare e riascoltare questi due meravigliosi dischi.
Altro discorso per Gerry Rafferty. Scozzese di nascita Gerry inizia la sua carriera musicale esibendosi nella metropolitana londinese. Dopo alcune esperienze con gruppi non troppo fortunati, nel 1978 Gerry pubblica l’album “City to City” che contiene quello che diverrà un evergreen indimenticabile: “Baker Street”. Il brano, strutturato in modo davvero anomalo, ha nell’intervento musicale di sassofono (eseguito da Raphael Ravescroft) il suo punto di forza. Trainato da questo indiscutibile capolavoro, l’album vende 5 milioni di copie. Anche in questo caso il disco successivo non ottiene il riscontro di pubblico sperato. La carriera di Gerry Rafferty torna ad essere quella di un musicista modesto. Artista sempre piuttosto schivo, Rafferty ha sostanzialmente interrotto le sue apparizioni televisive. Qualche tempo fa si era diffusa addirittura la notizia della sua morte, smentita dalla famiglia che, pur non sapendo con esattezza dove si trova attualmente, continua a rimanere in contatto con questo strano, ma indimenticabile artista.
Al Stewart è il terzo protagonista di questa storia di carriere brevi. Ma in questo caso non è proprio così. Si può parlare di un successo planetario breve per questo artista, ma la sua carriera continua ancora in una direzione scelta volontariamente dall’artista. Nato come cantante folk, Al Stewart inizia la sua carriera all’inizio degli anni ’70 militando in gruppi londinesi che avevano fra i loro componenti personaggi come Jimmy Page (Led Zeppelin) o Andy Summer e Grag Lake. La critica specializzata già nota il suo talento di folk singer, molto prima dell’incontro con Alan Parson con cui, nel 1976, produce il disco che lo renderà celebre: “The year of the cat”. Album e canzone omonima restano una pietra miliare della discografica pop di tutti i tempi. Sensibile alle tematiche particolari, a considerazioni su scoperte scientifiche e storiche, anche il secondo album prodotto da Alan Parson si traduce in un buon successo. Il titolo dell’album è “Time passengers”.
Al Stewart continua ancora la sua carriera, fedele ad una musica di ricerca storica, alternando questa attività con quella di produttore di vini in una sua tenuta in Francia. Nel 2002 è stata pubblicata una sua interessante biografica intitolata: “Al Stewart: la vera e avventurosa vita di un trovatore rock-folk”.
Certo non sono “spettacolari” le vite degli artisti che vi ho raccontato. Ma credo che l’arte non debba essere per forza accompagnata da una vita “spericolata” (e molto utile per la stampa). Di certo, riascoltando le perle che questi artisti ci hanno regalato si può pensare che la fortuna e la grande ispirazione possano toccare, prima o poi, tutti quanti. E mi auguro che più che una considerazione banale, questa possa essere una speranza. La speranza di entrare nella storia della musica: anche per una sola grande canzone.

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Giovanni Velluti - Franz Liszt - Liebestraume